Semantiche armonie
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124 pagine
Indice
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Vita
Un uccellino con l’orchestra in gola e tante penne asciutte a primavera. Le tempeste?! Solo una minaccia da respingere indietro con la fionda. Bimbo: la tua panchina è il sole che rende bionda la riviera.
Natale
Hanno ucciso un ramo lassù nel bosco inerme borraccioso. Trascinato in città come un cadavere, azzannato da mille accette dure nel taglio feroce d’acciaio. Ora è qui conficcato come l’errore umano nel secco terriccio del vaso. L’hanno incarcerato in mezzo ai vivi lamenti segreti che sono il pane asciutto del reclusorio. Gli hanno forbito i capelli: collane d’argento cartaceo gli mascherano i denti, chiusi a mordere il vuoto. In apparenza lieto d’assurgere a simbolo attivo consolatorio d’un Natale scontento, patito in ogni spicchio d’arancia, nel dolce sapore d’un torroncino. Coi lumi bugiardi che gli pesano addosso, inchiodandolo lì: un aspetto festoso nel cupo dolore notturno che fermenta nei cuori, trafitti da schegge di vetro. Però l’hanno ucciso pochi giorni fa, lassù nei boschi, dove anche il silenzio è maturo di pianto. Gli assassini!! Fecero un calcolo estetico: ne misurarono altezza imponenza capacità esteriori d’ornamento. Ora è dissanguato nel deserto vivaio. Vuol essere una parola ch’esprime l’affetto. Invece ricorda un sapore di casa di bimbi di neve, ormai pietrificati nel sasso. Simboleggia ferito la festa del Nascituro, generato di notte sulla paglia come un vitello. E’ un ramo di bosco rapito solo taciturno, che sa di morire a poco a poco. Quasi una voce del giorno.
Sono stato anche il mare
Una volta ero il mare
che fa la risacca
e muggivo dolori alla luna.
Ero acqua parola di pesci,
salmastra.
Un vivo chiarore di perle
nel bianco alvèolo
d’inerte conchiglia.
M’aprivo spumoso ai velieri,
saltavo e correvo nell’onda
come puledri,
fino a crude spiagge di rena.
Facce lavavo di scogli appuntiti
ogni rossa mattina,
il dorso pieno di fiori medusa
cavallucci e delfini,
bucato la notte
da luminosi occhi lampàra.
Una volta ero il mare
che fa la risacca…
Una risposta malata di pena
confitto nei solchi notturni.
Un avaro disperso rumore di cosa
marcita,
obbligato ai remoti silenzi
di piovra.
Si, lo rammento con ansia:
una volta ero il mare salato
instancabile rullo
della risacca.
Come un volo d’àlbatro
passai nella vita
presàgo di finire nel còzzo.
Una bestia ferita.
Conoscenza
Già in culle di giorni da tempo immemore la mia vita dondola. Sò di foglie e d’uccelli che imitano in goffi stridi questo comune ritorno alle smarrite origini. Sò di acque una certezza che le trasmuta in pesci, in frenetici vivi accenni di creature predestinate alla resa. E che in Dio finisce la parola, che prima ragionava in cerchio fra gli armenti. Sò d’ una mestizia fattasi pane, e che nitrire di cavalli era nel sudore una preghiera.
Per averne una o più copie contattatemi.
