Semantiche armonie
124 pagine

Indice
  • Sarai luna di fianchi
  • Come tutti
  • Sono stato anche il mare
  • Vendetta
  • Odore di gatti
  • Quello che siamo
  • Senza titolo
  • Materia
  • Linea d'aria
  • L'amore fragile
  • Narralirismo del bosco
  • Natale
  • La vita
  • Se tu mi parli
  • Conoscenza
  • L'ussaro
  • Narralirismo del fiume
  • Notturno surrealistico
  • Arco esistenziale
  • Raccontino
  • Sono tornato all'odore di pioppo
  • Allegria nel mio destino
  • Momento d'amore
  • Narralirismo delle montagne
  • Briciole di saggezza
 
  • La chitarra
  • Desiderio
  • Alle tue finestre un'alba
  • Narralirismo del mare
  • Con mani di vecchio recinto
  • In due non ho paura
  • Un gatto saltella
  • Astri come fratelli
  • Destino
  • Il grande mistero
  • Margherite
  • Quel viso di nuvola immaginario
  • Un cielo per i tuoi capelli
  • Come fili d'erba
  • L'eco dell'amore
  • Anche lui c'era sempre stato
  • E poi arcobaleni
  • Paesaggio d'alberi e di rugiade
  • Sentieri di melo
  • Fiaba
  • A un livello diverso dal tuo
  • I piani dell'esistere
  • Il sogno primitivo
  • Le nostre dimensioni
Vita
Un uccellino
con l’orchestra in gola
e tante penne asciutte
a primavera.

Le tempeste?!
Solo una minaccia
da respingere indietro  
con la fionda.

Bimbo:
la tua panchina è il sole
che rende bionda
la riviera.
Natale
Hanno ucciso un ramo
lassù
nel bosco inerme borraccioso.
Trascinato in città
come un cadavere,
azzannato da mille accette dure
nel taglio feroce
d’acciaio.
Ora è qui conficcato
come l’errore umano
nel secco terriccio
del vaso.
L’hanno incarcerato
in mezzo ai vivi lamenti
segreti
che sono il pane asciutto
del reclusorio.
Gli hanno forbito i capelli:
collane d’argento cartaceo
gli mascherano i denti,
chiusi a mordere il vuoto.
In apparenza lieto
d’assurgere a simbolo attivo
consolatorio
d’un Natale scontento,
patito in ogni spicchio d’arancia,
nel dolce sapore
d’un torroncino.
Coi lumi bugiardi
che gli pesano addosso,
inchiodandolo lì:
un aspetto festoso
nel cupo dolore notturno
che fermenta nei cuori,
trafitti da schegge di vetro.
Però l’hanno ucciso
pochi giorni fa,
lassù
nei boschi,
dove anche il silenzio
è maturo di pianto.
Gli assassini!!
Fecero un calcolo estetico:
ne misurarono altezza
imponenza
capacità esteriori
d’ornamento.
Ora è dissanguato
nel deserto vivaio.
Vuol essere una parola ch’esprime l’affetto.
Invece ricorda un sapore
di casa
di bimbi
di neve,
ormai pietrificati nel sasso.
Simboleggia
ferito
la festa del Nascituro,
generato di notte sulla paglia
come un vitello. 
E’ un ramo di bosco rapito
solo
taciturno,
che sa di morire a poco a poco.
Quasi una voce del giorno.
Sono stato anche il mare
Una volta ero il mare
che fa la risacca
e muggivo dolori alla luna.
Ero acqua parola di pesci,
salmastra.
Un vivo chiarore di perle
nel bianco alvèolo
d’inerte conchiglia.
M’aprivo spumoso ai velieri,
saltavo e correvo nell’onda
come  puledri,
fino a crude spiagge di rena.
Facce lavavo di scogli appuntiti
ogni rossa mattina,
il dorso pieno di fiori medusa
cavallucci e delfini,
bucato la notte
da luminosi occhi lampàra.
Una volta ero il mare
che fa la risacca…
Una risposta malata di pena
confitto nei solchi notturni.
Un avaro disperso rumore di cosa
marcita,
obbligato ai remoti silenzi
 di piovra.
Si, lo rammento con ansia:
una volta ero il mare salato
instancabile rullo
della risacca.
          Come un volo d’àlbatro
          passai nella vita
          presàgo di finire nel còzzo.
Una bestia ferita.
Conoscenza
Già in culle di giorni
da tempo immemore
la mia vita dondola.
Sò di foglie e d’uccelli
che imitano in goffi stridi
questo comune ritorno
alle smarrite origini.
Sò di acque una certezza
che le trasmuta in pesci,
in frenetici
vivi accenni di creature
predestinate alla resa.
E che in Dio
finisce la parola,
che prima ragionava in cerchio
fra gli armenti.
Sò d’ una mestizia
fattasi pane,
e che nitrire di cavalli
era nel sudore
una preghiera.

Per averne una o più copie contattatemi.