Il "Decameron" dei netturbini bella ciao

Che siamo tutti Amleto: esseri ambigui, cinici e sparsi nel dubbio come cellule nel corpo, Metafora l'aveva già intuito molti anni prima. Dal giorno che gli affidarono un triciclo da quattro pesanti bidoni, una lunga ramazza di saggina stagionata, col palettone rigidamente metallizzato. Insieme a un pacchetto smilzo di sacchetti neri che scivolavano dalle mani, viscidi e sottili come preservativi prima dell'uso. Con quelli bisognava ricambiare ogni mattina i cestini porta-rifiuti, che avevano invaso gli angoli e i muri della città, strapieni di pattume buttato. Da quel momento Metafora s'era convinto che amletici siamo e amletici restiamo. Simili e inconsapevoli come lampioni cementati nelle piazze...
erotico ...
Tornò alla carrozzella sculettando fiera e capricciosa. Leccò succhiando amichevolmente con le labbra i
lobi delle orecchie del Conte. Che subito si scosse riemergendo da quella sua specie di letargo fisico.
Lei s'alzò ridacchiando la sottana scoprendosi nuda sotto la gonna. Poi gli tirò giù la serratura
lampo dei calzoni carezzandogli le palle fino a che non lo vide inturgidirsi
Dolcemente lo cavalcò aiutandolo a farsi penetrare, dimenandosi fino a che lui con un pietoso sforzo delle braccia mezze anchilosate non l'attrasse a sè, ingordo e disperatamente prensile, bofonchiando qualcosa d'indefinibile che soltanto lei poteva percepire.
Dopo che aveva sentito esplodere nel su corpo lo sperma del Conte, Letizia lo ripulì con un asciugamano rosa che poi ripose in un comparto sotto la carrozzella. Ritornò davanti a me, scompigliandomi con tacito invito e malizia femminile i capelli, dicendomi a viso sfrontato: - Mauro, io sono la fica del diavolo. Sono la mela che il serpente biblico adoperò per adescare quella già potenziale puttana d'Eva, prima genitrice di tutte le bagasce universali.
Se mi vuoi, domani ripasserò di qui alla stessa ora. Sarò tua, però a un patto che devi assolutamente rispettare. Mi scoperai due volte al giorno, mattina e pomeriggio. In modo naturale, senza schifosi preservativi. Finchè ce la farai ti darò il mi sesso. Per tutta la nostra vita sarete tu e il Conte a possedermi.
Se una sola volta ti s'ammoscia e vai come si dice in bianco, sei fregato e un mi scoperai più. Letizia non sarà più disponibile. Non ti darò mai mai mai più questa voluttuosa fica del diavolo. Pensaci e ricordalo, Mauro...
Dolcemente lo cavalcò aiutandolo a farsi penetrare, dimenandosi fino a che lui con un pietoso sforzo delle braccia mezze anchilosate non l'attrasse a sè, ingordo e disperatamente prensile, bofonchiando qualcosa d'indefinibile che soltanto lei poteva percepire.
Dopo che aveva sentito esplodere nel su corpo lo sperma del Conte, Letizia lo ripulì con un asciugamano rosa che poi ripose in un comparto sotto la carrozzella. Ritornò davanti a me, scompigliandomi con tacito invito e malizia femminile i capelli, dicendomi a viso sfrontato: - Mauro, io sono la fica del diavolo. Sono la mela che il serpente biblico adoperò per adescare quella già potenziale puttana d'Eva, prima genitrice di tutte le bagasce universali.
Se mi vuoi, domani ripasserò di qui alla stessa ora. Sarò tua, però a un patto che devi assolutamente rispettare. Mi scoperai due volte al giorno, mattina e pomeriggio. In modo naturale, senza schifosi preservativi. Finchè ce la farai ti darò il mi sesso. Per tutta la nostra vita sarete tu e il Conte a possedermi.
Se una sola volta ti s'ammoscia e vai come si dice in bianco, sei fregato e un mi scoperai più. Letizia non sarà più disponibile. Non ti darò mai mai mai più questa voluttuosa fica del diavolo. Pensaci e ricordalo, Mauro...
poetico ...
Una volta sono stato anche il mare che fa la risacca e muggivo dolori alla luna.
Ero acqua parola di pesci, salmastra.
Un vivo chiarore di perle, nel bianco alveolo d'inerte conchiglia.
M'aprivo spumoso ai velieri. Saltavo e correvo nell'onda come puledri, fino a crude spiagge di rena.
E facce lavavo di scogli appuntiti ogni rossa mattina.
Bucato la notte da luminosi occhi-lampara.
Sì, una volta ero il mare che fa la risacca ...
Una risposta malata di pena confitto nei solchi notturni. Un avaro disperso rumore di cosa marcita, obbligato ai remoti silenzi di piovra. Lo rammento con ansia: una volta ero mare salato, instancabile rullo della risacca. Però, come un volo d'albatro passai nella vita, presago di finire nel cozzo. Una bestia ferita.
Una risposta malata di pena confitto nei solchi notturni. Un avaro disperso rumore di cosa marcita, obbligato ai remoti silenzi di piovra. Lo rammento con ansia: una volta ero mare salato, instancabile rullo della risacca. Però, come un volo d'albatro passai nella vita, presago di finire nel cozzo. Una bestia ferita.
filosofico: (dialogo fra ragazzo e Lama tibetano sulla filosofia dei contrari) ...
- Ti sei mai domandato, ragazzo, dove ci buttano quando finisce il riprodursi delle cellule?
Dove gettano quel frenetico seme che invade gli universi, se il vuoto non esiste?
Mentono forse gli atomi, o mente l'uomo che ne scinde la segreta compattezza?
C'è un misterioso Nucleo inamovibile che certamente lo sa, ma se lo tiene per sè.
Noi siamo creature perfette ma limitate dalle nostre variabili azioni di pensiero.
Ci usuriamo scadendo nella più insensata delle imperfezioni. E non possiamo chiedere pietà.
Chi piange disperando accusa le sue colpe. Ne attribuisce ad altri silenzi la responsabilità.
E' così, ragazzo. Non possiamo genuflettere la mente. Siamo in attesa di nuovi germogli e di superiori conoscenze. Avendo la semplice chiara certezza che risaremo. Perchè il vento non muore, mio caro ragazzo toscano, e non morirà l'anima del pesce. Non vedremo cristallizzato il mare, non trafitta la cicala, non ucciso lo stallone. E senza frammenti oseremo credere, oseremo violare la materia che costringe, oseremo riessere velieri, atti volitivi, corallo amore spugna. Il pinnacolo del tempio la falce il covone di grano e la solenne trebbiatrice. Oseremo battere gli ulivi, essere avena e provvedere con muscoli di bronzo alle raccolte. Siamo e risaremo un peso razionale sul preciso meccanismo dei valori.
Linee d'aria, linee d'acqua, linee fragili di cieli errabondi. Delle memorie che s'invelano e si disperdono agli orizzonti. Nella vaga certezza d'essere barlumi... Il vecchio Lama fece una pausa, respirando, e concluse: - Fino a che non risaremo Tutto, dimenticato il Nulla. Perchè così "nasce la morte". Sempre così "muore la vita" -
Chi piange disperando accusa le sue colpe. Ne attribuisce ad altri silenzi la responsabilità.
E' così, ragazzo. Non possiamo genuflettere la mente. Siamo in attesa di nuovi germogli e di superiori conoscenze. Avendo la semplice chiara certezza che risaremo. Perchè il vento non muore, mio caro ragazzo toscano, e non morirà l'anima del pesce. Non vedremo cristallizzato il mare, non trafitta la cicala, non ucciso lo stallone. E senza frammenti oseremo credere, oseremo violare la materia che costringe, oseremo riessere velieri, atti volitivi, corallo amore spugna. Il pinnacolo del tempio la falce il covone di grano e la solenne trebbiatrice. Oseremo battere gli ulivi, essere avena e provvedere con muscoli di bronzo alle raccolte. Siamo e risaremo un peso razionale sul preciso meccanismo dei valori.
Linee d'aria, linee d'acqua, linee fragili di cieli errabondi. Delle memorie che s'invelano e si disperdono agli orizzonti. Nella vaga certezza d'essere barlumi... Il vecchio Lama fece una pausa, respirando, e concluse: - Fino a che non risaremo Tutto, dimenticato il Nulla. Perchè così "nasce la morte". Sempre così "muore la vita" -
Metafora e il suo "Narralirismo del mare" ...
Anche il mare ha le sue parole d'acqua e le sue pitture, nelle vesti colorate che ostenta
nella sua vanità di minerale affondato nelle silenziose barriere di corallo.
Si dice che l'uomo balbettò il suo primo accento esistenziale, attraverso le pazienti costruzioni dell'unicellulare organismo che da lui prese la vita. Lanciato sulle spiagge dall'ansito delle maree, insorte alle scudisciate notturne della luna.
Dei velieri cignati si meraviglia il mare. L'odore del mare è antico e nuovo come l'odore del cielo. Il sapore primordiale afrodisiaco del mare, si mischia col sapore-nuvola, fino all'odore acerbo delle notti. Questo mare culla il mondo e l'addormenta nel suo fluido movimento ninnato. Aperto a tutte le docili o furiose creature che lo movimentano, si richiude premuroso dopo il saluto delle scie spumeggianti.
Le regole del mare sono quelle stabilite dalla verità del primo giorno. Allora non esisteva il tranello dell'inganno nella remora delle soggezioni. Tutto aveva come base l'istinto, e i genuini comportamenti di ciascuno rispondevano, reali, alla lealtà della sopravvivenza. Non esisteva dolore nè gioia nè colpa di mare.
Perchè vennero giustamente rimossi annullati e recisi dall'urlo dei primordi. Che indicava come giusto evolutivo e perentorio l'atavico stimolo innato della fame, l'istintivo ancestrale agguato e morso per la cattura della preda, quale primo e giustificato diritto esistenziale.
Questo negli abissi è per tutti la prova in assoluto, la prima condizione che annulla il crudele ma giustificato assalto, il morso, il sangue, la vita per la morte, col suo inflessibile, per noi amaro e cinico rovescio. A questa terribile realtà sopravvive la grazia dell'anemone marino, l'ambizione volteggiata, lo slancio giocoliero e sempre irresistibile del delfino: che musica il mare con le sue ripetute contorsioni, nella superficie aperta e libera per tutto ciò che individualmente nasce cresce invecchia, e vive per morire...
Si dice che l'uomo balbettò il suo primo accento esistenziale, attraverso le pazienti costruzioni dell'unicellulare organismo che da lui prese la vita. Lanciato sulle spiagge dall'ansito delle maree, insorte alle scudisciate notturne della luna.
Dei velieri cignati si meraviglia il mare. L'odore del mare è antico e nuovo come l'odore del cielo. Il sapore primordiale afrodisiaco del mare, si mischia col sapore-nuvola, fino all'odore acerbo delle notti. Questo mare culla il mondo e l'addormenta nel suo fluido movimento ninnato. Aperto a tutte le docili o furiose creature che lo movimentano, si richiude premuroso dopo il saluto delle scie spumeggianti.
Le regole del mare sono quelle stabilite dalla verità del primo giorno. Allora non esisteva il tranello dell'inganno nella remora delle soggezioni. Tutto aveva come base l'istinto, e i genuini comportamenti di ciascuno rispondevano, reali, alla lealtà della sopravvivenza. Non esisteva dolore nè gioia nè colpa di mare.
Perchè vennero giustamente rimossi annullati e recisi dall'urlo dei primordi. Che indicava come giusto evolutivo e perentorio l'atavico stimolo innato della fame, l'istintivo ancestrale agguato e morso per la cattura della preda, quale primo e giustificato diritto esistenziale.
Questo negli abissi è per tutti la prova in assoluto, la prima condizione che annulla il crudele ma giustificato assalto, il morso, il sangue, la vita per la morte, col suo inflessibile, per noi amaro e cinico rovescio. A questa terribile realtà sopravvive la grazia dell'anemone marino, l'ambizione volteggiata, lo slancio giocoliero e sempre irresistibile del delfino: che musica il mare con le sue ripetute contorsioni, nella superficie aperta e libera per tutto ciò che individualmente nasce cresce invecchia, e vive per morire...
politico ...
Gesù quand'ero piccolo e facevo il chierichetto, mi nutriva di sottili ostie sconsacrate.
Ne mangiavo quante ne volevo perchè avevo scoperto dove il parroco le metteva.
Ho sempre avuto la certezza che il mi Gesù-metalmeccanico mi desse il permesso di gustare quelle ostie sconsacrate.
Perchè in tempo di guerra e di fame non potevo che sbafarle senza chiedere a nessuno se facevo bene o commettevo un peccato, sia pure veniale.
Gesù, cari compagni e compagne a pugno chiuso e bella ciao, era un autentico proletario che difendeva i poveracci. E condannava i soliti empirici capitalisti d'oro e di fasulla ipocrita sapienza. Ingordamente appiccicati alle sontuose tavolate mangerecce, sempre imbandite con esagerate leccornie culinarie, sbevacchiandosi a gargarozzo i Chianti migliori dell'epoca. Si fa per dire.
Prima li scacciò a frustate dal Tempio e mia con gli scioperi, poi gli dimostrò ch'era possibile dividere tutto senz'arricchirsi, quando moltiplicò i pani e i pesci, per darli gratis al popolo che in quel momento ne aveva bisogno, senza farseli pagà nulla. Anche quand'è inchiodato sulla Croce, Gesù, morendo, fa pensare all'ascetica figura del compagno Fassino. Più di sinistra e sosia di così è anche fisicamente impossibile.
Ho sempre avuto la certezza che il mi Gesù-metalmeccanico mi desse il permesso di gustare quelle ostie sconsacrate.
Perchè in tempo di guerra e di fame non potevo che sbafarle senza chiedere a nessuno se facevo bene o commettevo un peccato, sia pure veniale.
Gesù, cari compagni e compagne a pugno chiuso e bella ciao, era un autentico proletario che difendeva i poveracci. E condannava i soliti empirici capitalisti d'oro e di fasulla ipocrita sapienza. Ingordamente appiccicati alle sontuose tavolate mangerecce, sempre imbandite con esagerate leccornie culinarie, sbevacchiandosi a gargarozzo i Chianti migliori dell'epoca. Si fa per dire.
Prima li scacciò a frustate dal Tempio e mia con gli scioperi, poi gli dimostrò ch'era possibile dividere tutto senz'arricchirsi, quando moltiplicò i pani e i pesci, per darli gratis al popolo che in quel momento ne aveva bisogno, senza farseli pagà nulla. Anche quand'è inchiodato sulla Croce, Gesù, morendo, fa pensare all'ascetica figura del compagno Fassino. Più di sinistra e sosia di così è anche fisicamente impossibile.
Romanzo di 238 pagine.
Stampato in proprio
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